Cena popolare BENEFIT COMITATO BARONA@ Coa T28
‼️IN OGNI CASA NESSUN RIMORSO‼️
"Il paradossale teorema poliziesco-giudiziario di cui non avevamo bisogno né meritavamo
La Baronata era uno spazio sociale nel quartiere popolare della Barona, animato dal Comitato Autonomo Abitanti Barona: un comitato di lotta per la casa nato dal basso, radicato nel territorio e costruito da chi il quartiere lo viveva ogni giorno. Un percorso collettivo che praticava solidarietà concreta attraverso l’autorganizzazione e il mutuo aiuto, offrendo attività come la scuola di italiano, il doposcuola e molte altre iniziative politiche e sociali, tutte completamente gratuite e aperte al quartiere e alla città. Un’esperienza di lotta per difendere il diritto all’abitare e costruire comunità, contro la solitudine e la violenza della speculazione.
LA STORIA CHE NON RACCONTANO
17 settembre 2018:
Durante l’assemblea del lunedì, una compagna denuncia portando anche elementi a supporto di aver subito una molestia da parte di un uomo che viveva alla Baronata. L’assemblea, all’unanimità, decide di allontanarlo dallo spazio. Una scelta chiara: chi pratica violenza non può far parte di un percorso collettivo.
18 settembre 2018 (il giorno dopo):
Durante l’apertura della scuola di italiano, l’uomo torna accompagnato da altre due persone. Protesta per la decisione dell’allontanamento, l’attacco da verbale diventa fisico: degenera in pochi istanti: insulti, pugni, spinte e persino l’uso di una cazzuola come arma improvvisata contro il viso di un compagno. I compagni e le compagne presenti riescono a bloccarlo e a portarlo fuori dallo spazio. Tutto finisce lì. O almeno così sembrava.
UN ANNO DOPO: LA VENDETTA GIUDIZIARIA
Il 30 ottobre 2019, quasi un anno più tardi, cinque compagni della Baronata vengono colpiti da misure cautelari: perquisizioni, obbligo di firma, divieto di dimora, sequestro di telefoni, computer e appunti di lavoro quotidiano.
Le accuse partono proprio dall’uomo allontanato nel 2018: violenza, minacce, danneggiamento, rapina e perfino estorsione aggravata.
Quest’ultima, la più pesante (dagli 8 ai 20 anni di detenzione) è anche la più assurda e paradossale: come può essere “estorsione” aver allontanato una persona dopo una molestia e un’aggressione da uno spazio dove vigevano principi di solidarietà, rispetto, supporto, ascolto e lotta dal basso!?
IL PARADOSSO: PUNIRE LA SOLIDARIETÀ
Milano è la città della speculazione edilizia per eccellenza: migliaia di case pubbliche sfitte, affitti brevi che sgretolano interi quartieri, sfratti quotidiani e senza alternative reali, complici Aler, Comune e privati.
Nella nostra società, in cui il denaro vale più della vita umana, se un proprietario decide di sfrattare un inquilino perché non paga più, non è estorsione, ma l’applicazione della legge.
Tuttavia, secondo l’accusa, è un’estorsione allontanare un uomo pericoloso e violento per tutelare una situazione dove vivono persone fragili. Questo pretesto viene usato per imbandire un processo: si attacca chi lotta per la casa, per la dignità, per un futuro migliore di liberi e uguali senza sfruttamento, razzismo e discriminazioni.
Ribaltiamo le accuse: è l’affitto ad essere un’estorsione legalizzata!
DALLE MISURE CAUTELARI AL PROCESSO
All’interrogatorio di garanzia, avvenuto nel novembre 2019, sono stati forniti i dati e le prove di quanto detto sopra, e le misure cautelari si sono interrotte. Nonostante la presentazione di elementi difensivi che hanno portato alla revoca graduale delle misure, il 10 febbraio 2026 l’udienza preliminare apre comunque al processo.
Gli imputati diventano otto: è bastata la semplice presenza in assemblea o l’etichetta di “leader” attribuita da chi indaga.
Un intero percorso collettivo viene riscritto per farlo entrare a forza in un teorema accusatorio.
Una scelta politica, non giudiziaria.
Questo continuo tentativo di criminalizzare le lotte sociali e in particolare la lotta per la casa a Milano non è certo una novità. Ne è un esempio il caso del Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio: carabinieri e procura di Milano aprirono un’indagine sostenendo che il Comitato avesse costituito un’associazione a delinquere finalizzata a occupare alloggi popolari sfitti e a resistere agli sgomberi.
Secondo i pubblici ministeri, le attività di solidarietà e auto-organizzazione del quartiere costituivano una struttura stabile con un presunto programma illecito. Tuttavia, dopo anni di processo, l’accusa di associazione a delinquere è infine caduta, perché i giudici hanno riconosciuto che non esistevano gli elementi necessari per configurare un’organizzazione criminale.
Un episodio che non resta isolato, ma che si inserisce in una strategia complessiva di repressione e delegittimazione delle forme di mutualismo, di autogestione e di resistenza dal basso che da decenni animano le periferie milanesi.
Mentre giornali e procure colpiscono gli spazi sociali, altri episodi di mala gestione, abusi e corruzione all’interno delle istituzioni passano sotto silenzio o si perdono nei meandri dei tribunali.
Due pesi e due misure che mostrano con chiarezza chi è considerato sacrificabile e chi no.
Difendere chi subisce violenza non è un reato!
La solidarietà non si processa!
Case pubbliche subito per tutti e tutte!
Stop alla criminalizzazione delle lotte!"