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SUMMARY:MILLEPIANI 44 – CRITICHE E POLITICHE DELLA VIOLENZA
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DESCRIPTION:MILLEPIANI 44 – CRITICHE E POLITICHE DELLA VIOLENZA\n\nInterven
	gono: Tiziana Villani\, Ubaldo Fadini\, Andrea Fumagalli\, Giorgio\nPasser
	one\, Rosella Corda\, Igor Pelgreffi\, Elvira Vannini\n\nSeguirà: cena e s
	erata conviviale\n\nL’esperienza della paura non smette di coinvolgere gli
	 assetti della nostra\nsensibilità e intelligenza\, il nostro essere (di) 
	relazione: da ultimo sono\ntanti i fattori che ne favoriscono il ripresent
	arsi come una sorta di destino\nnon aggirabile\, la pandemia\, il dilagare
	 della guerra\, tra gli altri. E si\npotrebbe appunto continuare in questo
	 triste elenco\, indicando tutto ciò che nel\n“nostro” presente aggredisce
	 in più modi l’esistenza di ciascuno di noi\nlasciandoci senza fiato\, in 
	una condizione nella quale la trama degli incontri e\ndelle relazioni (e d
	egli “scontri” non però distruttivi) non sembra aprirsi allo\nstimolo esse
	nziale del cambiamento effettivo e del – perché no? – della\nsperanza. I n
	ostri “classici” di riferimento ci invitano a riflettere allora sul\nfatto
	 che siamo ancora dentro la “preistoria”\, che non ne siamo usciti anche n
	el\nmomento in cui la tecnicizzazione del vivere complessivo viene a esser
	e\ndirezionata nel senso di un vero e proprio fare “terra bruciata” della 
	stessa\nnostra esistenza e del pianeta. Viviamo la “fine della fine” nell’
	affermazione\ndella regola del tempo d’eccezione permanente\, per dirla co
	n Walter Benjamin\, e\nattorno a noi – e parzialmente in noi – si accumula
	no rovine\, scarti del consumo\nossessivo del sempre uguale opportunamente
	 e profittevolmente rimodulato per\nrestituirlo come comunque appetibile\,
	 spacciandolo quindi come indispensabile.\nGuerre sul campo e guerre econo
	mico-finanziarie: trasformazioni antropologiche e\ncriticità della politic
	a che lasciano trasparire la dominante violenta delle\ndinamiche “selvagge
	” della conservazione in vita così come perlomeno la si\nritiene attuabile
	 in una situazione generale di perdita di “mondo”\, del venir\nmeno di pos
	sibilità concrete di svolgimento in positivo della nostra\nrelazionalità e
	 quindi di noi stessi. E allora possono valere\, a titolo\nintroduttivo di
	 questo nuovo “Millepiani”\, le pagine di Herbert Marcuse su\nBenjamin\, s
	ulla sua “critica della violenza”\, quelle di J. Butler sempre\nriferite a
	 Benjamin sulla violenza divina\, la status giuridico\, il marchio della\n
	colpa\, a testimonianza della volontà di non rassegnarsi a permanere in un
	a\ncondizione di dipendenza radicale\, di assoggettamento senza riserve: r
	iflessione\nfilosofica\, etica e politica\, alla ricerca di ciò che succes
	sivamente arriverà a\ndelinearsi come un insieme di virtù sociali che poss
	ono essere poste al servizio\ndelle singolarità e delle collettività: un e
	sempio di esperienza umana da\nrichiamare in tal senso è proprio quella de
	ll’amicizia\, la più radicalmente\ndistante da tutto ciò che lacera – fino
	 a distruggerlo – proprio quel tessuto di\nrelazionalità che può invece im
	pedire che le nostre esistenze si traducano in\n“vite mancate
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	E DELLA VIOLENZA</strong></p><p>Intervengono: Tiziana Villani, Ubaldo Fadi
	ni, Andrea Fumagalli, Giorgio Passerone, Rosella Corda, Igor Pelgreffi, El
	vira Vannini</p><p>Seguirà: cena e serata conviviale</p><p>L’esperienza de
	lla paura non smette di coinvolgere gli assetti della nostra sensibilità e
	 intelligenza, il nostro essere (di) relazione: da ultimo sono tanti i fat
	tori che ne favoriscono il ripresentarsi come una sorta di destino non agg
	irabile, la pandemia, il dilagare della guerra, tra gli altri. E si potreb
	be appunto continuare in questo triste elenco, indicando tutto ciò che nel
	 “nostro” presente aggredisce in più modi l’esistenza di ciascuno di noi l
	asciandoci senza fiato, in una condizione nella quale la trama degli incon
	tri e delle relazioni (e degli “scontri” non però distruttivi) non sembra 
	aprirsi allo stimolo essenziale del cambiamento effettivo e del – perché n
	o? – della speranza. I nostri “classici” di riferimento ci invitano a rifl
	ettere allora sul fatto che siamo ancora dentro la “preistoria”, che non n
	e siamo usciti anche nel momento in cui la tecnicizzazione del vivere comp
	lessivo viene a essere direzionata nel senso di un vero e proprio fare “te
	rra bruciata” della stessa nostra esistenza e del pianeta. Viviamo la “fin
	e della fine” nell’affermazione della regola del tempo d’eccezione permane
	nte, per dirla con Walter Benjamin, e attorno a noi – e parzialmente in no
	i – si accumulano rovine, scarti del consumo ossessivo del sempre uguale o
	pportunamente e profittevolmente rimodulato per restituirlo come comunque 
	appetibile, spacciandolo quindi come indispensabile.<br>Guerre sul campo e
	 guerre economico-finanziarie: trasformazioni antropologiche e criticità d
	ella politica che lasciano trasparire la dominante violenta delle dinamich
	e “selvagge” della conservazione in vita così come perlomeno la si ritiene
	 attuabile in una situazione generale di perdita di “mondo”, del venir men
	o di possibilità concrete di svolgimento in positivo della nostra relazion
	alità e quindi di noi stessi. E allora possono valere, a titolo introdutti
	vo di questo nuovo “Millepiani”, le pagine di Herbert Marcuse su Benjamin,
	 sulla sua “critica della violenza”, quelle di J. Butler sempre riferite a
	 Benjamin sulla violenza divina, la status giuridico, il marchio della col
	pa, a testimonianza della volontà di non rassegnarsi a permanere in una co
	ndizione di dipendenza radicale, di assoggettamento senza riserve: rifless
	ione filosofica, etica e politica, alla ricerca di ciò che successivamente
	 arriverà a delinearsi come un insieme di virtù sociali che possono essere
	 poste al servizio delle singolarità e delle collettività: un esempio di e
	sperienza umana da richiamare in tal senso è proprio quella dell’amicizia,
	 la più radicalmente distante da tutto ciò che lacera – fino a distruggerl
	o – proprio quel tessuto di relazionalità che può invece impedire che le n
	ostre esistenze si traducano in “vite mancate</p>
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